Nel mondo: tutti armati fino ai denti

E un vero e proprio boom. Che turba molte coscienze. E che sa d’antico, dal momento che riporta indietro le lancette del tempo all’epoca della guerra fredda. Il mondo riempie i propri arsenali investendo fiumi di denaro. Nel 2006 le spese militari sono cresciute del 3,5 per cento rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra record di 1.204 miliardi di dollari. La spesa media pro capite risulta aumentata a sua volta, passando da 173 dollari (2005) a 184 dollari (2006).

 

 

Lo rende noto l’annuale rapporto dell’Istituto internazionale per la ricerca sulla pace di Stoccolma
(Sipri). Gli aumenti si sono verificati soprattutto a causa dei massicci stanziamenti americani voluti per combattere la guerra globale al terrorismo proclamata da George W. Bush e combattuta sul campo in Afghanistan e in Irak, nonché per la continua corsa al riarmo della Cina, che ha superato per la prima volta il Giappone, diventando il primo acquirente di armi in Asia e il quarto a livello mondiale.
Le spese militari degli Usa hanno raggiunto, nel 2006, i 528,7 miliardi di dollari (395,8 miliardi di euro, poco meno del Prodotto interno lordo dell’Olan¬da), una somma che da sola rappresenta i1 46 per cento della spesa mondiale. Alle spalle degli Usa si piazzano la Gran Bretagna (59,2 miliardi di dollari), la Francia (53,1), la Cina (49,5) e il Giappone (43,7), ognuno dei quali ha aumentato in
media i propri bilanci militari del 4-5 per cento rispetto al 2005.

I cinque Paesi in testa alla classifica hanno speso l’83 per cento del budget mondiale per gli armamenti.
Seguono la Germania, con 37 miliar¬di di dollari, la Russia (34,7 miliardi; nel 2006, Mosca ha aumentato del 12 per cento le spese militari dopo averle fatte lievitare del 19 per cento nel 2005) e l’Italia (29,9 miliardi di dollari), che passa dal settimo all’ottavo posto.
In generale le spese militari sono aumentate in Europa dell’Est mentre sono diminuite nell’Europa
occidentale e in America centrale.

 

«Nell’analizzare questi numeri va fatta una premessa», dichiara il professore Mario Pianta, docente di Politica eco¬nomica all’Università di Urbino. «Conoscere con esattezza quanto si spende per
acquistare armi, per pagare il personale militare, per la ricerca e per lo sviluppo di nuovi “prodotti” nel settore bellico è un’impresa difficile, giacché i bilanci militari sono spesso parziali o, peggio,
fuorvianti».

 

 

Da prima dell’ 11 settembre

«Detto questo», continua il professor Pianta, «si osservano alcune cose. Primo: le spese militari, nel mondo, sono scese dalla caduta del Muro di Berlino fino al 1996, quando hanno toccato il minimo storico di 831 miliardi di dollari. Secondo: da quell’anno, quindi ben prima del tragico attentato alle Torri gemelle dell’ 11 settembre 2001, hanno ripreso ad aumentare. Terzo: solo nel 2003, l’anno dell’attacco angloamericano all’Irak di Saddam Hussein, hanno superato nuovamente la soglia dei mille miliardi di dollari».
Cina e India si sono affacciate prepotentemente alla ribalta mondiale, come documentano le pagine economiche dei quotidiani o le riviste specializzate. Con il J-10, il nuovo caccia tutto cinese entrato in linea a dicembre, sviluppato con l’aiuto di tecnici russi e israeliani (e con prestazioni non lontane dall’F-16 americano), Pechino ha fatto un passo decisivo per dotarsi di un’industria bellica di rilievo. Con la gara aperta per 126 nuovi caccia e bilanci militari da anni in costante crescita, l’India tiene il passo.
«Per quanto concerne l’Italia, il dato del Sipri non deve trarre in inganno», dice Massimo Paolicelli, della Rete italiana disarmo: «Il budget del 2006,1’ultimo del Governo Berlusconi, è stato
effettivamente segnato da tagli. Ma nel 2007 il Governo di Centrosinistra ha aumentato le spese
militari dell’ 11,3% superando i 21 miliardi di euro.
Impressione, poi, il valore complessivo delle esportazioni definitive autorizzate di materiale
bellico italiano che, nel 2006, stando al Rapporto ufficiale di Palazzo Chigi, è stato di 2.192 milioni
di euro. Nel 2005 fu di 1.360. Non a caso il Sipri colloca il nostro paese al settimo posto (ma secondo altri saremmo al sesto ndr.) nella classifica dei principali Stati che vendono armi”.

 

 

Elicotteri italiani per Gorge Bush

“A trainare l’exploit dell’industria della difesa italiana” prosegue Paolicelli, “è stata la scelta
dell’Us Navy di acquistare elicotteri italiani per rinnovare la flotta della Casa Bianca. Agusta Westland, la società controllata da Finmeccanica che costruisce l’Us 101, la versione presidenziale per gli Stati Uniti (che ne ha ordinati 23) dell’elicottero EH 101, guida l’elenco delle imprese. Se è vero che il 63,68 per centro delle nostre armi finisce a nazioni in ambito Nato-Unione europea. È altresì vero, e preoccupante, che vendiamo armi in Medio Oriente e ad altri Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, la Libia e l’Algeria, oppure come la Nigeria e la Colombia, dove il rispetto dei diritti umani è un optional o dove si combatte. Questa forte impennata dell’export bellico italiano s’accompagna, purtroppo, all’inesistente volontà politica di percorrere la via della riconversione dell’industria bellica, peraltro contemplata dalla legge».
«S’impone una riflessione», riprende il professor Mario Pianta. «Ogni anno si spende per le armi 10 volte tanto di quello che si stanzia per lo sviluppo. La fine della guerra fredda è stata un’occasione sciupata. Tra il 1990 e oggi si sono aggravate l’emergenza ambientale e quella della povertà, per risolvere le quali potevano essere impiegate le risorse economiche risparmiate con possibili, auspicati tagli sul versante bellico. Invece no. Per realizzare entro il 2015 i cosiddetti obiettivi del millennio, definiti nel 2000 dalle Nazioni Unite, e per garantire dunque a tutti gli abitanti dei Paesi poveri l’affrancamento dalla miseria, l’assistenza sanitaria di base e una scuola dignitosa, servirebbero”appena” 100 miliardi di dollari all’anno».
In un editoriale dedicato a questo tema, pubblicato il 21 aprile scorso, La Civiltà Cattolica invita a tener presente anche il pesante “costo umano” delle spese militari. «Negli anni tra il 1990 e il 2003», scrive l’autorevole rivista dei Gesuiti, «hanno perso la vita 3.820.000 persone in azioni belliche (il 95 per cento delle quali civili e, tra questi, il 50 per cento bambini), mentre in attacchi di tipo terroristico le persone decedute sono state 22.000. Non sono note le cifre relative alla mortalità
prodotta dagli effetti di lungo periodo delle guerre, i1 50 per cento delle quali – tra il 1990 e il 2003-
sono state combattute nei Paesi più poveri del mondo; ma alcune informazioni fanno intendere che il numero di tali perdite è sovente superiore a quello provocato dai combattimenti».

 

 

Soldi sottratti allo sviluppo

«Il più grave scandalo – in termini cristiani dobbiamo dire: uno dei più gravi peccati – del mondo
di oggi è che, per costruire armi, si sperperano oltre mille miliardi di dollari ogni anno», conclude La Civiltà Cattolica. «Il fatto terribile e moralmente delittuoso è che le risorse così sperperate sono
sottratte, con la violenza ammantata di diritto – il diritto alla difesa – ai popoli poveri. C’è un secondo aspetto, particolarmente grave, della crescita degli armamenti: essa innesca, in tutti gli Stati, anche i più poveri , una delirante “corsa agli armamenti”, per difendersi da eventuali attacchi nemici e per poter minacciare e intimidire i possibili “avversari”, facendoli desistere da attacchi, che non resterebbero senza una risposta altamente distruttiva. Si è perciò costretti a vivere in un mondo senza pace».

 

 

I paesi che hanno speso di più nel 2006

Paese Miliardi di dollari Dollari pro capite
Usa 528,7 1.756
Regno Unito 59,2 990
Francia 53,1 875
Cina 49,5 37
Giappone 43,7 341
Germania 37 447
Russia 34,7 244
Italia 29,9 514
Arabia Saudita 29 1.152
India 23,9 21
Corea del Sud 21,9 455
Australia 13,8 676
Canada 13,5 414
Brasile 13,4 71
Spagna 12,8 284

 

 

Fonte: Rapporto al Parlamento della presidenza del Consiglio dei ministri sui lineamenti del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Anno 2007,

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5 thoughts on “Nel mondo: tutti armati fino ai denti

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